Quanto ci affascinano, i “misteri italiani”! Un’attrazione così forte, dove la suggestione finisce troppo spesso per rapire la ragione, e ci allontana dalla verità storica depositandoci su un terreno del romanzesco. Già, perché esiste una parte della nostra storia, all’incirca dalla nascita della Repubblica fino agli anni ’90, dove banchi di nebbia e cortine fumogene hanno impedito, ai più, una consapevolezza lucida e razionale di certi fatti. Erano gli anni della Guerra Fredda, delle ideologie, con tutte le conseguenze del caso, che erano, sono molte e tutte importanti. Innanzitutto, la conseguenza peggiore è che la cronaca, la storiografia, l’interpretazione delle cose a quell’ideologia diventavano subordinate.

Il primato della politica, infatti, faceva sì che tutto, davvero tutto, fosse ad essa funzionale. E quando non lo era, lo si faceva diventare. Era l’epoca dei “contro-poteri”, di una democrazia sottoposta continuamente a sollecitazioni, l’epoca del rischio sovietico, del terrorismo. E, poi, sì, era l’epoca dei dossieraggi, degli insabbiatori, di personaggi più o meno ambigui che, con la scusa di inchieste giornalistiche ben orientate, distraevano dai veri pericoli che l’Italia correva e puntavano dritti su persone, carriere, figure di alto prestigio che venivano dilaniate in una ben orchestrata campagna di mistificazione.

 

Complici di tutto questo erano, in qualche caso pure in buona fede, quegli intellettuali organici al comunismo che combattevano battaglie in conto terzi, avendo a mente il Sol dell’avvenire ma facendo molti danni nel presente. L’Italia, si sa, ha avuto sempre una certa abilità nel fabbricare colpe, che non sempre coincidono con le responsabilità, e una certa tenacia nell’appiccicarle sulla schiena di qualcuno sbagliato che quasi mai bazzicava la sinistra. Nacquero, così, i grandi capri espiatori. Dalla P2 a Francesco Cossiga e il generale Dalla Chiesa, paradossalmente anche Mambro e Fioravanti condannati senza prove per la strage di Bologna o tutte le falsità sulla strage di Ustica che umiliarono l’Aeronautica militare e i suoi generali poi assolta dall’ignominia di accuse indecenti. Fino, appunto a Gladio, la struttura nata in Italia, su modello di altre costituite in diversi Paesi, per garantire con uomini addestrati al combattimento una prima reazione in caso di invasione comunista. Anticorpi della libertà, dunque, ma trasformati dai professionisti della falsificazione nei perni di un castello ideologico volto ad addossare a pezzi di Stato le peggiori nefandezze, a partire da quella che ancora oggi costituisce, forse, il trauma peggiore patito dall’Italia Repubblicana, il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro. Non serviva scavare, bastava costruire nuove verità. Tuttavia è la storia che, il più delle volte, si incarica di mettere le cose a posto. E allora le incrostazioni ideologiche vengono via, e si staccano gli orpelli a beneficio della politica. Funzionò così per la P2. E lo stesso per Gladio.

 

In questo caso, il volume di Mirko Crocoli può aiutare il processo della verità oggettiva nel suo compimento. Crocoli padroneggia documenti, li mette assieme evitando di sopraffarli con il proprio senso critico, ben coscio di quanto proprio questo è stato il limite della storiografia italiana degli ultimi anni. Insomma, li fa parlare. E fa parlare, soprattutto, il Generale Paolo Inzerilli, che di Gladio fu comandante. Ne esce, dunque, un agile libro di consultazione, che prende per mano il lettore e lo accompagna lungo i decenni più tormentati del novecento italiano. E’ un volume, questo, utile soprattutto ai più giovani, che spesso ancora oggi devono fare i conti con delle ricostruzioni della storia viziate, specialmente a scuola, da focolai propagandistici che ancora non si spengono. E soprattutto è un libro che restituisce giustizia a quei 622 gladiatori che, nel corso degli anni, furono guardati con sospetto, fiaccati da guai giudiziari, sottoposti al ludibrio di una pubblicistica ammalata di moralismo e ansiosa di spargere il suo virus nell’opinione pubblica. Un grande paradosso italiano infatti risiede proprio nel fatto che quanti vengono accusati di sovvertire la democrazia in realtà sono proprio quelli che la difendono, mentre i farisei dello zelo sono pronti a svenderla.

Un chiasmo pericoloso, e Gladio, con tutto quello che subirono i suoi gladiatori, ne è stato una dimostrazione esemplare. “Sfortunato quel Paese che ha bisogno di eroi”, diceva Bertolt Brecht. Ancor più disgraziato quello, come l’Italia, che gli eroi li ha, ma non li sa riconoscere. E anzi, troppo spesso, li perseguita anche.

 

 

Gian Marco Chiocci

(dalla prefazione di “Nome in codice Gladio”)