Gladio, Inzerilli contro Purgatori e CorSera: "Menzogne"

Mi appello a qualche media nella speranza che qualcuno comprenda il mio scoramento nel vedere la campagna di disinformazione imbastita nei confronti della Gladio in occasione del 50° anniversario della strage di Piazza Fontana.Ringrazio dunque Affari Italiani per avermi concesso l’opportunità.

Lunedì sera Andrea Purgatori su Atlantide (La 7) trasmette le sue interviste con personaggi che hanno conosciuto o indagato o scritto su quella tragedia. 

Uno degli interlocutori è Felice Casson che ripete le accuse a Gladio da lui fatte nel ‘90 come se inchieste parlamentari e 11 anni di processi e assoluzioni senza ricorsi in appello non fossero mai esistiti.

Altri interlocutori sono stati Vincenzo Vinciguerra e il Giudice Istruttore Guido Salvini che svolse le indagini, ma Purgatori omette di dire quanto ha scritto il GI nella sua sentenza ordinanza del 3/2/98 a proposito delle tesi di Casson sconfessandole totalmente (vds allegato 1)

 

Altro intervistato è stato Sergio Flamigni che tira in ballo il Col. Camillo Guglielmi e il CAG di Alghero in occasione del rapimento dell’On Moro, ma sia lui che Purgatori ignorano la relazione della Commissione omonima presieduta dall’On. Giuseppe Fioroni che ha riconosciuto la presenza del Colonnello in via Stresa e non in via Fani per motivi del tutto personali.

Sempre Purgatori asserisce che Moro  ha parlato di Gladio mentre in realtà ha parlato di“controguerriglia”, l'esatto opposto della Gladio (Relazione Commissione Moro).

E’ stato intervistato Giovanni Fasanella che a suo tempo con il Sen. Giovanni Pellegrino ha scritto la prefazione al mio libro “La vittoria dei Gladiatori” (vds Allegato 2).

E’ stato intervistato il Prof. Aldo Giannulli senza citare che come consulente della Commissione Stragi presieduta da Libero Gualtieri ha prodotto un documento dimostrando l’assoluta estraneità della Gladio dalla strategia della tensione.

Come ciliegina sulla torta, il Corriere della Sera pubblica un’intervista lo scorso 12 Dicembre al Dott. Sergio Dini, nel ‘90 sostituto PM presso la Procura militare di Padova. Egli ripete le stesse cose che diceva allora dimenticandosi di undici anni di processi conclusisi con assoluzioni con formula piena da tutte le accuse senza ricorsi in appello e che il suo amico e collega Benedetto Roberti è stato condannato dalla Corte di Assise di Roma nel procedimento iniziato nel 1992 per diffusione di documenti classificati inerenti la loro inchiesta sulla Gladio.

Spiace constatare che si continua imperterriti con questo “circo” mediatico fuorviante e menzognero.Pubblicazioni (come il recente “Nome in codice Gladio”), inchieste giudiziarie (sentenza del 3 Luglio 2001), documentazione e testimonianze (come da allegati sottostanti) parlano chiaro!!!      

A tal proposito cito testualmente la sent. della Corte di Assise di Roma datata 03/07/2001 firmata dal Presidente (Dott. Mario Lucio D’Andria) e dal giudice estensore (Dott. Stefano Petitti). Processo che vide sul banco degli imputati il sottoscritto unitamente all’Ammiraglio Martini e al Capitano di Vascello Invernizzi.

Visto l’art. 530 c.p.p.;

assolve Martini Fulvio e Inzerilli Paolo dai reati loro ascritti al capo a), relativamente alle ipotesi di soppressione, occultamento o distruzione della documentazione concernente i rapporti con i centri periferici e di soppressione o occultamento di microfilms di materiale documentale per non aver commesso il fatto;

assolve Invernizzi Gianantonio dal reato di cui al capo e) e gli stessi Martini e Inzerilli dalle altre imputazioni loro rispettivamente ascritte perché il fatto non sussiste.

Ordina il dissequestro e la restituzione al SISMI della documentazione in sequestro.

Fissa in giorni 90 il termine per il deposito della motivazione. Roma 3 luglio 2001.

 

(Gen. Paolo Inzerilli  diretto responsabile della Gladio dal novembre ‘74 al dicembre ’86) 

 

-----------

Allegato 1: Stralcio della sentenza ordinanza del giudice istruttore Salvini nel procedimento penale nei confronti di Rognoni Giancarlo e d’ altri del 03/02/1998

 

L’attendibilità di Vincenzo VINCIGUERRA risulta decisamente avvalorata dal venir meno, con le indagini di questi ultimi anni, dell’ipotesi prospettata dal G.I. di Venezia, dr. Casson, secondo cui l’attentato di Peteano sarebbe stato in qualche modo connesso, forse sotto il profilo dell’esplosivo utilizzato, al deposito NASCO di Aurisina dell’organizzazione GLADIO e lo stesso VINCIGUERRA, lungi dall’essere un nazional-rivoluzionario puro e coerente, sarebbe stato legato a GLADIO o, come altri ordinovisti, a qualche altro apparato istituzionale e di conseguenza l’attentato da lui commesso non sarebbe stato un gesto di attacco diretto contro lo Stato, unico in tale settore e quasi parallelo alle azioni delle Brigate Rosse, ma parte, sin dall’origine, della strategia della tensione e delle sue oscure connivenze (crf. ordinanza del G.I. di Venezia in data 24.2.1989 nel procedimento Peteano-ter, ff.9 e ss., vol.27, fasc.2).

Mai una ricostruzione così infondata, sfornita non solo di qualsiasi elemento di prova, ma anche di qualsiasi dato indiziario, è stata così cara al mondo del mass-media, soprattutto all’inizio degli anni ’90, all’emergere del “caso GLADIO”, tanto da essere ancora oggi riportata meccanicamente ogniqualvolta, nell’ambito di commenti ricostruttivi, viene rievocato l’attentato di Peteano.

L’effetto di tale ed ingiustificato ed erroneo collegamento è stato nefasto in quanto è stato uno delle ragioni non ultime per le quali VINCIGUERRA, limitando così la portata delle sue dichiarazioni, ha ritenuto che non fosse possibile alcuna forma di completa ricostruzione, da parte sua, degli anni della strategia della tensione di fronte ad una Autorità Giudiziaria.

Egli infatti ha più volte, e non a torto, sottolineato che non era possibile individuare, se non in modesta parte, nell’Autorità Giudiziaria, e quindi nello Stato, un interlocutore credibile se la sua posizione e la sua scelta di vita venivano, anche a livello dei mass-media, radicalmente rovesciate, trasformandolo da combattente rivoluzionario, che in nome di un ideale si era risolto ad una scelta estrema contro rappresentanti dello Stato (e perdipiu’ Carabinieri all’epoca sovente “cobelligeranti” della destra) in uno dei tanti soggetti collusi e condizionati dagli apparati dello Stato e dalle sue strategie.

L’ipotesi fatta dal G.I. di Venezia è venuta meno per due ordini di ragioni.

In primo luogo, nonostante l’audizione in questi ultimi anni e nelle più varie istruttorie di centinaia di imputati e di testimoni appartenenti alle aree più diverse dell’estrema destra nonché ai servizi di sicurezza, non è stato acquisito il primo elemento che indichi un collegamento fra il gruppo udinese di Ordine Nuovo, di cui VINCIGUERRA faceva parte, e Gladio, faceva parte, e Gladio e, in verità, neanche fra tale ultima organizzazione e la struttura veneta di Ordine Nuovo nel suo insieme.

In secondo luogo è venuta meno l’ipotesi di un collegamento fra il NASCO di Aurisina e l’attentato di Peteano tramite l’eventuale provenienza dal deposito di GLADIO, scoperto nel 1972, dell’esplosivo e dell’accenditore a strappo utilizzati per allestire a Peteano la trappola contro i Carabinieri, ipotesi avanzata dal G.I. di Venezia (cfr. ordinanza citata ff.9-10 e 13 e ss).

Per quanto concerne l’esplosivo, infatti, la perizia ha evidenzia che quello utilizzato per l’ordigno era esplosivo civile da cava (e non l’esplosivo militare del tipo “C4” presente nei NASCO) e perdipiu’ VINCIGUERRA ha spiegato con abbondanza di particolari e dettagli come egli se lo sia procurato, nell’estate del 1970 insieme ad alcuni camerati anche originari della zona, sull’altipiano del Piancavallo, rubando lo da una baracchetta del tutto incustodita di una ditta che stava effettuando lavori di sbancamento (int. 13.1.1992, ff. 3 e 4, e, anche su delega del G.I di Venezia, int 27.3.1992 ff. 1 e 3).

Tale episodio, confrontando i particolari forniti da VINCIGUERRA e gli esiti degli accertamenti esperiti dalla Digos di Venezia (cfr. annotazioni in data 13.2.1992, 27.2.1992 e 4.5.1992, vol 27, fasc.2), è facilmente individuabile nel furto subito nel luglio 1970 dall’impresa “Avianese” che stava effettuando lavori nella zona (e proprio sulla strada sterrata indicata da VINCIGUERRA) e che nulla, ovviamente, aveva a che fare con GLADIO.

Per quanto concerne l’accenditore a strappo, l’ipotetico collegamento si basava sul fatto che dal NASCO di Aurisina erano risultati mancanti due accenditori a strappo e che uno strumento analogo, utilizzato normalmente per il sabotaggio, era stato utilizzato per far esplodere, al momento dell’intervento della pattuglia dei Carabinieri, l’ordigno nascosto a Peteano nella Fiat 500.

A parte la circostanza che non vi era alcuna prova, nemmeno generica o indiziaria, che l’accenditore utilizzato a Peteano fosse uno dei due mancanti da Aurisina, il collegamento si basava sull’esilissima circostanza secondo cui nessun accenditore a strappo od oggetto similare era mai stato rinvenuto in alcuna zona del Friuli Venezia Giulia (cfr. ordinanza citata, f. 10) e quindi tale accenditore, definito strumento di difficile reperimento, doveva “necessariamente” provenire dal NASCO di Aurisina.

L’assunto di partenza è pero’ del tutto erroneo in quanto da una semplicissima ricerca è emerso che proprio a Udine, il 31.3.1971, poco piu’ di un anno prima dell’attentato, ben 50 accenditori a strappo di cui qualche gruppo appartenente alla malavita politica o comune si era evidentemente liberato (cfr. nota della Digos di Trieste in data 29.4.1993, vol.27, fasc.6, ff21 e ss., e accertamenti di polizia scentifica, ff.3-4).

Caduta, quindi, ogni ipotesi di collegamento fra l’attività di Vicenzo VINCIGUERRA e apparati istituzionali di qualsiasi natura (circostanza questa che, insieme all’assoluta mancanza di ricerca di benefici processuali, dà alle sue dichiarazioni piena affidabilità), è possibile passare ad illustrare gli elementi di conoscenza relativi alla Strage di Piazza Fontana che egli ha inteso fornire negli interrogatori resi a questo ufficio fra la primavera 1991 e la primavera 1993.

 

 

Allegato 2: Stralcio prefazione Fasanella/Pellegrino da “La Vittoria del Gladiatori”

 

 

“Molti si interrogarono sulle ragioni che indussero un uomo di Stato famoso per la sua discrezione a squarciare improvvisamente il velo intorno ad uno dei segreti meglio custoditi e protetti della storia italiana. Una risposta possibile è che Andreotti fu costretto a farlo perché era pressato dalla magistratura veneziana, da tempo sulle tracce di una struttura segreta anticomunista coinvolta in episodi della strategia della tensione, e dall’opposizione di sinistra, che aveva presentato su questo argomento diverse interrogazioni parlamentari. Ma è una risposta non del tutto convincente. Alla luce degli avvenimenti successivi, in molti è rimasta la sensazione che la rivelazione della Gladio fosse il classico “osso gettato in pasto al cane”, un diversivo, per non parlare di un vero e proprio depistaggio, per distrarre l’attenzione da qualcos’altro. La magistratura e la sinistra lo azzannarono fameliche, per poi accorgersi che intorno all’osso non c’era neppure un grammo di polpa”.

“Chi, come il generale Inzerilli, e con lui i “gladiatori”, ha vissuto la storia della Gladio dall’interno, si è sentito vittima prima di un pregiudizio, poi di un’ingiustizia e infine di una vera e propria persecuzione giudiziaria. È uno stato d’animo comprensibile. Perché il processo, alla fine, ha accertato che quella struttura, pianificata in ambito Nato e presente in tutti i paesi dell’Alleanza, non solo era legittima, ma nemmeno si era attivata nella fase in cui la “patologia italiana” raggiunse il massimo di acutezza, cioè negli anni della strategia della tensione e del terrorismo di sinistra.”

“La storia della Gladio, insomma, è la storia di una potenzialità che non è mai diventata attuale.

Perché la rete era stata concepita e organizzata in funzione del pericolo di un’invasione da Est. E si sarebbe attivata soltanto in quel caso. Non era, in altre parole, lo strumento di una guerra interna, sia pure a bassa potenzialità operativa”.

(…) “Il punto sul quale Inzerilli ha pienamente ragione è invece l’accanimento giudiziario nei confronti della Gladio. Una volta caduta l’ipotesi più grave – il suo coinvolgimento nella strategia della tensione –, si è voluto insistere caparbiamente su ipotesi marginali, pur di dimostrare la natura antidemocratica ed eversiva della rete. E in questa persistenza quasi persecutoria, c’è il limite culturale di una parte della magistratura italiana. L’idea, cioè, che la nostra fosse una democrazia normale, che il Pci, visto che era legittimamente rappresentato in Parlamento, fosse un partito normale, che l’Italia fosse quella descritta nella nostra Costituzione e quindi che la neutralità degli apparati di forza fosse un valore in sé”.

 

(…) “Quel limite culturale ha prodotto una visione distorta, in cui l’esistenza di quello che alcuni definiscono un “doppio livello” dello Stato doveva essere per forza il frutto di una schizofrenia occulta e criminale, non invece il portato di una condizione storica di doppia lealtà – alla Costituzione ed alle alleanze internazionali – in cui gli apparati operavano, volenti o nolenti”.

 

(…) “La legittimità della Gladio è ormai assodata. E anche la sua estraneità – come struttura – alla strategia della tensione. Ma, per molti, non è ancora interamente fugato il sospetto che, fra i “gladiatori” o fra persone vicine, ci fosse qualcuno che è andato ben oltre i compiti istituzionali, soffiando sia sul fuoco della violenza”.

 

(…) “L’ombrello della Gladio è servito a proteggere altre strutture militari e paramilitari attivatesi a fini eversivi? Dalla rete è partita qualche scheggia impazzita? Qualche testa calda è sfuggita, all’epoca della strategia della tensione, al controllo dell’organizzazione? Sono domande che meriterebbero una risposta certa, innanzitutto nell’interesse delle centinaia di “gladiatori” che hanno legittimamente servito la patria.

Questo resta, forse, un campo ancora protetto da un patto di “indicibilità”. In entrambi gli “schieramenti”, a destra come a sinistra, permangono resistenze e reticenze che non consentono di approdare a letture serene della storia di una democrazia difficile. Rimuoverle, è anche nell’interesse del Paese”.

fonte: www.affaritaliani.it